Previdenza complementare 2026: cosa è cambiato dal 1° luglio

31 Luglio 2026

Nel nostro precedente articolo, “previdenza complementare: cosa cambia con la Legge di Bilancio 2026“, avevamo anticipato le principali novità della manovra. Ora che gran parte delle nuove regole è entrata in vigore, facciamo il punto su cosa cambia davvero per lavoratori, TFR e fondi pensione:

 

La deducibilità sale a 5.300 euro

Nel 2026 si possono sottrarre dal reddito imponibile fino a 5.300 euro di contributi versati al fondo pensione, compresi quelli del datore di lavoro. Il TFR resta escluso dal calcolo. La novità vale per l’intero periodo d’imposta 2026, non soltanto dal 1° luglio.

Per chi è alla prima occupazione il limite può arrivare a 7.950 euro. Chi nei primi cinque anni di partecipazione al fondo ha versato meno del tetto deducibile può recuperare parte della deduzione non utilizzata nei vent’anni successivi. La quota aggiuntiva può raggiungere 2.650 euro all’anno: sommata ai 5.300 euro ordinari, porta il limite teorico a 7.950 euro in un anno.

 

Alla prima assunzione ci sono 60 giorni per decidere sul TFR

Il lavoratore può lasciare il TFR fuori dalla previdenza complementare oppure destinarlo a un fondo pensione scelto personalmente. Se non comunica nulla entro 60 giorni, viene iscritto automaticamente al fondo previsto dal contratto di lavoro. Nel fondo confluiscono il TFR e, quando previsti, anche i contributi del lavoratore e del datore di lavoro.

 

Per chi aderisce automaticamente entra in gioco il Life-Cycle

Chi si iscrive volontariamente continua a scegliere il proprio comparto di investimento. Se invece l’adesione avviene in automatico e il lavoratore non esprime una preferenza, il fondo lo inserisce nel percorso Life-Cycle previsto dal proprio regolamento. Con questa opzione l’investimento tiene conto dell’età e degli anni che mancano alla pensione: è più orientato alla crescita, con una maggiore componente azionaria, quando l’orizzonte è lungo e diventa gradualmente più prudente con l’avvicinarsi del pensionamento.

 

Al pensionamento il capitale potrà essere ricevuto con maggiore libertà

Dal 1° luglio, oltre alla tradizionale pensione integrativa pagata per tutta la vita, si potrà scegliere una rendita a durata definita, nella quale il capitale viene distribuito per un numero di anni collegato alla vita attesa residua, oppure è possibile effettuare prelievi nel tempo, entro i limiti calcolati dal fondo. Dal 31 ottobre 2026 si aggiungerà anche l’erogazione frazionata, che permetterà invece di ricevere il capitale a rate per un periodo prestabilito di almeno cinque anni. In queste modalità, la parte non ancora incassata continuerà a essere investita nel fondo e, in caso di decesso prima dell’erogazione completa, la somma residua potrà essere riscattata dai beneficiari indicati. Si riduce così uno dei principali limiti della rendita vitalizia semplice, che normalmente termina con il decesso dell’aderente, anche quando le somme complessivamente ricevute sono inferiori al capitale accumulato. Le nuove modalità possono essere particolarmente vantaggiose per le posizioni che comprendono somme accumulate prima del 2007. In passato, ricevere subito una quota elevata in capitale poteva comportare una tassazione più pesante su queste somme. Con l’erogazione frazionata, invece, il capitale può essere incassato progressivamente applicando il nuovo regime fiscale, che può risultare meno penalizzante. Il beneficio effettivo dipende comunque dagli anni in cui sono stati effettuati i versamenti e dalla composizione della singola posizione.

Il capitale incassabile subito resta al 50%. La Legge di Bilancio aveva inizialmente previsto di alzare dal 50% al 60% la quota normalmente liquidabile al pensionamento. Una modifica successiva ha cancellato l’aumento prima della sua entrata in vigore: il limite resta quindi pari al 50% del capitale accumulato.

 

Dal 1° novembre sarà possibile cambiare fondo senza perdere il contributo del datore di lavoro

Dopo almeno due anni di partecipazione a una forma pensionistica di categoria, il lavoratore potrà trasferire l’intera posizione anche a un fondo pensione aperto o a un PIP scelto individualmente, continuando a ricevere il contributo datoriale previsto dal contratto collettivo nazionale. È un cambiamento significativo rispetto al sistema precedente, perché rende realmente trasferibile non solo il capitale già accumulato, ma anche il beneficio economico collegato al rapporto di lavoro. Il diritto nasce però con il trasferimento da un fondo collettivo dopo il periodo minimo di permanenza: l’adesione diretta a un fondo individuale, senza il precedente passaggio nel fondo di categoria, non attribuisce automaticamente il contributo del datore di lavoro. Prima di cambiare sarà inoltre importante confrontare costi, comparti di investimento e caratteristiche delle diverse soluzioni.

 

Le novità aumentano le possibilità di scelta, ma non rendono automaticamente più conveniente qualsiasi fondo pensione. Costi, contributo aziendale e linea di investimento restano gli aspetti da controllare con maggiore attenzione.

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